martedì 13 gennaio 2026
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Il mining di bitcoin: spreco di energia o incentivo all'ecosostenibilità?

Il mining di Bitcoin è spesso al centro di un acceso dibattito: è davvero solo uno spreco oppure può diventare un incentivo per l'utilizzo di energia prodotta da fonti rinnovabili? La risposta, come spesso accade, sta nel mezzo.

In un momento storico in cui il costo dell’energia e la transizione ecologica sono temi centrali, il mining di Bitcoin è diventato uno dei temi che più divide la comunità. Da una parte chi punta il dito contro il suo enorme consumo di energia visto come uno spreco inutile; dall’altra chi sostiene che possa diventare un incentivo reale all'utilizzo di energia prodotta da fonti rinnovabili.

Il mining, spiegato in parole semplici, è il processo con cui le nuove transazioni vengono verificate e aggiunte al registro pubblico chiamato blockchain. Computer specializzati competono per risolvere un problema crittografico. Il primo che trova la risposta ha il diritto di scrivere le transazioni sulla blockchain e di riscuotere la ricompensa per il lavoro svolto. Una volta scritto il blocco di transazioni, la rete passa alla lista di transazioni successiva e così via. Questo processo richiede molta elettricità perché i computer devono lavorare senza sosta effettuando milioni e milioni di calcoli al secondo.

Una delle critiche principali a bitcoin riguarda appunto la quantità di energia utilizzata. Attualmente, la quantità di potenza consumata dalla rete bitcoin è stimata tra i 100 e 120 TWh annui, circa il fabbisogno annuale di Grecia e Portogallo combinati. Secondo uno studio della University Of Cambridge, però, più della metà dell'energia utilizzata dal mining proviene da fonti rinnovabili (fonte).

La produzione di energia pulita ha un grosso problema: la variabilità. Il sole e il vento non seguono i ritmi della domanda elettrica. In una giornata molto soleggiata, a mezzogiorno, un impianto fotovoltaico può produrre più energia di quanta ne venga consumata dall’intera area servita.

Un secondo problema è che la produzione elettrica non è facilmente modulabile. Molti impianti rinnovabili non possono “abbassare” o “alzare” la potenza in modo preciso e immediato. Quando l’energia prodotta supera quella richiesta, l’eccesso non può essere semplicemente accumulato: i sistemi di stoccaggio su larga scala sono ancora costosi, limitati o geograficamente vincolati. Per questo una parte dell’energia viene ridotta a monte o, il più delle volte, buttata.

Qui entra in gioco una delle argomentazioni più interessanti a favore del mining. Invece di sprecare quell’energia in eccesso, essa può essere usata proprio per minare bitcoin. In questo modo non solo si evita lo spreco, ma si crea anche un incentivo economico a costruire nuovi impianti o a migliorare quelli attivi. Secondo diversi studi accademici, l’utilizzo degli eccessi di energia per il mining può ridurre il cosiddetto “curtailment” delle rinnovabili e migliorare la stabilità della rete, perché i miner possono aumentare o diminuire il consumo in base alla disponibilità di energia.

Per trovare un esempio concreto di questa applicazione basta recarsi a Borgo d'Anaunia, dove la startup Alps Blockchain, insieme all'amministrazione comunale, ripristinerà la centrale idroelettrica in disuso da anni per fornire energia elettrica ai 2.500 abitanti, installando 40 miner da utilizzare nei periodi di eccesso di produzione (fonte). Si tratta di un esempio interessante perché dimostra come il mining possa essere usato non come mezzo speculativo, ma come strumento di supporto a un’infrastruttura locale.

Un ulteriore aspetto che non va dimenticato è il calore generato dai miner, che può essere considerevole. In contesti freddi o in strutture attrezzate, questo calore può essere recuperato per scopi utili come il riscaldamento di ambienti o processi industriali, riducendo ulteriormente lo spreco complessivo di energia. Questo concetto è stato portato sul mercato dall'azienda Heatbit, la quale produce miner di bitcoin studiati per riscaldare l'ambiente.

La risposta alla domanda iniziale, dunque, non può essere netta. Il mining di Bitcoin rischia certamente di sprecare energia se alimentato da fonti fossili o non coordinato con il sistema elettrico. Ma se un’azienda investe in energia rinnovabile e integra il mining come strumento per assorbire l’energia in eccesso, può non solo evitare di gettare via elettricità quando la domanda è bassa, ma anche risparmiare nei momenti di picco, migliorare la redditività degli impianti rinnovabili e contribuire a un sistema energetico più stabile. In questo senso, il mining non è intrinsecamente negativo: la sua sostenibilità dipende dall’uso che se ne fa e dal contesto in cui viene inserito.

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